domenica 11 febbraio 2018

che cosa mi succede ultimamente

Succede che mi viene in mente un verso, uno di quelli che un tempo avrei lasciato sviluppare fino a farne una poesia.
Adesso invece resto lì a contemplarlo, dall'esterno. Me lo rigiro nella mente per un po', poi penso "sì, vabbè, e allora?". Finché il verso si accartoccia su se stesso come una foglia secca.
Alla fine non ne rimane altro se non una larva fragile, che lascio cadere con noncuranza.

A me sembra una cosa bellissima.

domenica 4 febbraio 2018

mi si intervista (mi si)...

...sulla pagina Facebook di Tinelli poetici, dedicata alla poesia pugliese. Per i non-Facebook-dotati, la copioincollo qui sotto.
Ci sono cinque poesie inedite, l'intervista e una biografia.
Buona lettura.



Poesie

***

Turnover

Alle nove del mattino sulla via Salaria
l'amica che smontava dal turno
passava la minigonna a quella che prendeva
servizio e indossava sopra il tanga gli abiti civili
poteva respirare finalmente
liberare i fianchi dalla stretta
l'altra era più giovane più magra
il ventre ancora piatto e le gambe lisce
mandava un ultimo messaggio al cellulare
poi occupava il posto sul bordo del marciapiede
c'era molto sole e anche un po' di vento
che portava via i fumi di scarico.

* * *

Mantis religiosa Linnaeus

Una settimana ci ha aspettato sulle scale
la mantide moribonda
con l'unica ala sollevata di traverso
faceva la guardia al secondo gradino
senza che nessuno osasse spostarla.
Poi l'abbiamo persa di vista
per qualche giorno – ma era lì
cercava di fare presa con le zampe
artigliate per scalare l'intonaco.
Infine ha trovato il suo angolo
su un mucchio di foglie marce
ieri agitava ancora una zampa
oggi la pioggia la sta sciogliendo
resta una macchia verde fosforescente
nella mattina che pare già crepuscolo.

* * *

Autoritratto con cranio di volpe

Nel mio volto che dicono
più giovane della mia età
indovino la mia faccia di vecchio
e la cosa non mi dispiace
purché il processo avvenga
per asciugatura – aderendo il più
possibile all'osso. La meta
è la forma pura – il suono secco
che dava il cranio di volpe quando
ne saggiavo col dito la durezza
(l'avevo raccolto apposta
mi erano piaciuti i canini
la cartilagine delicata che riempiva
le narici e soprattutto gli archi
perfetti degli zigomi – l'avevo
ripulito dalla terra e ogni tanto
tornavo a spolverarlo).

* * *

Apofasi

Sotto questa crosta di metafore
devono esserci le cose
così come sotto la pelle c'è la carne
e sotto la carne le ossa
bianche e pulite.
Così dev'esserci il mondo
dietro la mia mano che lo tocca
dev'esserci un altro corpo stretto al mio
dev'esserci un senso qui e ora
ma bisogna fare silenzio.

* * *

Terra di nessuno

Certe volte mi dico: una poesia
dovrebbe somigliare a quei posti
segnati sulle carte ma rimossi
dalla memoria collettiva;
posti come Verbania Campobasso
Sondrio Teramo: a cui nessuno
su due piedi saprebbe associare
un personaggio illustre un monumento
visto sui libri; in cui non si arriva
né si sosta mai senza uno scopo;
e dove forse (forse) si potrebbe –
in un mattino anonimo di un giorno
qualunque – scendere dal treno e senza
conoscere nessuno senza farsi
riconoscere – dire: sono a casa.

* * *

Intervista

1) Hai scritto una raccolta di racconti, Volevo essere Bill Evans, un libro sulla storia del pianoforte jazz, inoltre ti occupi di jazz per una rivista specializzata; nella tua scrittura affiora la stessa eleganza formale di Bill Evans, quel distillare le note con raffinatezza misurata, quella rarefazione dei timbri, una certa esattezza; quanto risente la tua poesia dell'influsso del piano jazz?

Se devo essere onesto, poco o nulla, almeno a un livello più esplicito, superficiale. Non sono mai riuscito a scrivere poesie “jazz”, o poesie “sul jazz”, forse perché quasi tutta la jazz poetry che ho letto l'ho sempre trovata molto brutta. In qualche modo, è come se percepissi le due forme d'arte come separate (cosa che invece non mi avviene per l'arte figurativa; anzi, la seconda parte del mio ultimo libro è proprio ispirata a una serie di quadri rinascimentali).
Se invece volessimo indagare a un livello più profondo, meno evidente, allora forse un elemento in comune c'è, ed è il ritmo: il jazz è musica essenzialmente ritmica, e anche la poesia per me è sempre stata una questione di ritmo. Prima ancora del significato, nelle parole cerco il suono: una parola non è quella giusta se non suona, innanzi tutto, giusta.

2) Il tuo ultimo libro, Approssimazioni e convergenze, edito da Pietre vive, è impreziosito dai disegni di Michela Neglia nella sezione Approssimazioni, e dai tuoi in Convergenze. Frequenti altre forme artistiche oltre queste?

Sono un mediocre pianista. Ho frequentato il Conservatorio da privatista, superando l'esame di solfeggio e quello di quinto anno in pianoforte; e lì mi sono fermato, un po' perché gli impegni universitari sono diventati preponderanti, un po' perché avevo già raggiunto il limite delle mie modeste capacità. Poi ho cantato per qualche anno in un coro, e strimpello malamente qualche altro strumento, come la chitarra, il flauto o l'armonica. Insomma, vorrei essere un musicista, ma non ci riesco, quindi mi consolo facendo il critico musicale.

3) Come e quando si è manifestata in te l'urgenza della poesia?

In realtà credo di aver sempre scritto, sin da anni remotissimi, ma la prima poesia di cui conservo memoria la scrissi nel 1987, all'età di tredici anni. Avevo assistito alla premiazione di un concorso poetico destinato agli studenti liceali; tornato a casa, buttai giù dei versi. Non li riporto qui, perché sono bruttissimi, ma quello fu l'inizio di tutto. Sono passati quasi trent'anni e sono ancora qui, a scrivere; anche se sto cercando di smettere, e non è detto che non ci riesca, prima o poi.

4) Nei tuoi versi sono presenti echi e suggestioni riconducibili alla terra in cui sei nato?

No, devo essere sincero. Ho un rapporto molto conflittuale con la mia terra, dalla quale sono scappato appena ho potuto, a diciott'anni, e alla quale torno il più raramente possibile. Al mio paese mi legano soprattutto ricordi, memorie d'infanzia: ma per me quella è la terra del passato, non del presente, né tantomeno del futuro. Però ogni tanto mi capita di scrivere nel mio dialetto: con grande fatica, perché il dialetto l'ho imparato tardi e male (la mia prima lingua è l'italiano); ma proprio quella fatica mi serve da stimolo per scrivere in maniera diversa dal solito; anche perché il dialetto è una lingua aspra, concreta, che si presta poco al lirismo, e proprio questa è la cosa che mi piace. Tuttavia, anche in quei casi, raramente emergono echi della mia identità pugliese.

5) Ci sono autori nei confronti dei quali ti senti in debito? Autori che sono tuoi punti di riferimento?

Ce ne sono, ma la lista sarebbe davvero troppo lunga. Il primo libro che ho amato alla follia sono stati gli Ossi di seppia di Montale, intorno ai quattordici o quindici anni. Più o meno alla stessa età, leggevo ossessivamente – e senza capirci quasi nulla – anche due vecchi volumi Guanda con le poesie di Garcia Lorca, nella storica traduzione di Carlo Bo; però, sinceramente, non credo che in ciò che scrivo vi sia una qualche influenza di Lorca. Un'altra poesia che ricordo di aver amato moltissimo è The Love Song of J. Alfred Prufrock, di T.S. Eliot, che scoprii per caso nel mio libro di letteratura inglese e che tradussi da solo; ancor oggi potrei recitarla quasi tutta a memoria. (A pensarci bene, sono tutti autori che ho letto al di fuori della scuola: non a caso). Poi sono venuti
tanti altri poeti, troppi per nominarli tutti. Ad esempio, in Approssimazioni, il mio primo libro, si sente fortissima l'influenza di due modelli apparentemente opposti: Milo De Angelis (per la scrittura verticale, fortemente metaforica) e Valerio Magrelli (per l'esattezza visiva). Attualmente, gli autori che mi interessano sono i più anti-lirici, soprattutto quelli di lingua inglese: W.H. Auden, Philip Larkin, Ted Hughes, Simon Armitage, Anne Sexton, Seamus Heaney, Warsan Shire, Derek Walcott, Charles Simic, Billy Collins, Robert Lowell, Robert Creeley, solo per nominarne alcuni. Se poi ci sia un'influenza da parte loro in ciò che scrivo, non saprei dirlo.

6) Lavorando nella scuola, hai sperimentato un tuo sistema didattico per fare apprezzare la poesia ai tuoi studenti?

Non credo ci sia un sistema vero e proprio, però ci sono delle cose che per me sono importanti. Innanzi tutto, leggere bene: con sentimento ed espressione, ma senza enfasi, perché la poesia deve parlare da sola. Poi, evitare i tecnicismi fini a sé stessi: metrica, figure retoriche, generi letterari, scuole, movimenti...; si possono senz'altro insegnare, ma solo se si riesce a farne capire il perché, a dare una motivazione; se invece diventano un esercizio arido e autoreferenziale, fanno solo danni. Last but not least, credere in ciò che si fa, perché non si può insegnare ciò in cui non si crede.

7) Tra scuola e poesia il rapporto non ha mai funzionato, come dovrebbe riorganizzarsi la scuola per recuperare?

In parte, ho già risposto nel punto precedente.
Poi, nel mio piccolo, da un paio d'anni sto partecipando con le mie classi alle iniziative organizzate a Perugia dal gruppo Umbria Poesia, coordinato da Maria Borio, Costanza Lindi ed Elena Zuccaccia. Si tratta di incontri fra gli studenti e alcuni poeti contemporanei: ad esempio, sono venuti, fra gli altri, Maurizio Cucchi, Milo De Angelis, Gian Mario Villalta, Stefano Dal Bianco, Anna Maria Farabbi... Lo faccio soprattutto perché è importante che i ragazzi capiscano che la poesia non sta solo nei libri e che i poeti vivi esistono (certe volte me lo chiedono: “Prof, ma ci sono poeti vivi?”).
Però, va detto, a questi incontri non ho mai visto partecipare un solo collega di lettere. Mai. E questo, secondo me, è il vero problema: brutto e triste dirlo, ma la maggior parte degli insegnanti non conosce la poesia contemporanea. Per la maggior parte dei miei colleghi, tutto ciò che c'è dopo Ungaretti, Montale, Saba, Quasimodo è terra incognita. Se va bene, conoscono qualcosa di Luzi, di Pavese, di Pasolini, ma poco e male. Mi è capitato di nominare Sereni o Fortini (dico: mica sconosciuti qualsiasi...) e di riceverne in risposta sguardi vuoti e interrogativi. I programmi scolastici vanno svecchiati, avvicinati all'attualità, anche a costo di tagli dolorosi: saltare magari qualche poeta barocco, o Parini, o Alfieri, e avere il coraggio di arrivare a Bertolucci, a Giudici, a Penna, a Dario Bellezza, a Maurizio Cucchi, a Patrizia Cavalli, a Vivian Lamarque, a Raboni, a... insomma, ci siamo capiti.
Poi, diciamolo, sono anche i poeti che dovrebbero uscire dalla torre d'avorio e venire incontro al pubblico: ma su questo argomento si aprirebbe un contenzioso infinito, quindi chiudiamola qui.

***

Biografia

Sergio Pasquandrea è nato a San Severo (FG) nel 1975. Dai primi anni Novanta vive a Perugia, dove insegna Lettere in un liceo.
Nel 2014 è uscita la sua prima silloge, intitolata Approssimazioni (Pietre Vive/iCentoLillo) seguita da Oltre il margine (Fara, 2015) e Un posto per la buona stagione (Qudu, 2016). Nel 2017, è apparsa la seconda edizione, riveduta e ampliata, del suo primo libro, intitolata Approssimazioni e convergenze (Pietre Vive).
Ha inoltre pubblicato due plaquette: Topografia della solitudine (in “Pubblica con noi”, Fara 2010; seconda edizione, in e-book: Pietre Vive, 2017) e Parole agli assenti (in “Contatti”, Smasher 2011). Suoi testi sono stati stati pubblicati in riviste (“Scuola di poesia” de “Lo specchio”, a cura di Maurizio Cucchi; “Gradiva. International Journal of Italian Poetry”), su blog letterari (“Via delle Belle Donne”, “Carte sensibili”, “Poetarum Silva”, “La dimora del tempo sospeso”, “Words Social Forum”) e in varie antologie.
Collabora come giornalista e critico musicale con il bimestrale “Jazzit”; ha scritto inoltre per i blog “Nazione Indiana”, “La poesia e lo spirito”, “Jazz nel pomeriggio”, “Words Social Forum”, “Artmaker”, “Carte Sensibili”. Ha pubblicato nel 2014 il volume di racconti Volevo essere Bill Evans (Fara) e nel 2015 il saggio Breve storia del pianoforte jazz. Un racconto in bianco e in nero (Arcana Editrice). In preparazione, per EDT, un saggio dedicato al pianista Brad Mehldau.
Nel 2007 ha conseguito un dottorato in Linguistica presso l'Università di Pisa; dal 2007 al 2010 ha lavorato come assegnista di ricerca presso l'Università per Stranieri di Perugia, dal 2010 al 2015 è stato cultore della materia in Sociolinguistica presso l'Università di Perugia.
Gestisce inoltre due blog: “Ruminazioni” (http://ruminazioni.blogspot.it) e “Gusci di noce” (http://guscidinoce.wordpress.com).

martedì 16 gennaio 2018

tre poesie di Stefania Onidi

Sogno

Ho sognato che ti nutrivi al mio seno
ma non crescevi tu e non crescevo io.
Rimanevi eterno bambino tra le mie braccia
troppo bianche per contenere le tue future metamorfosi.
Ho sognato che ti baciavo gli occhi.
Ho sognato quel corpo che noi due inventammo
ancora prima di essere.

* * *

Vertigine

Mi svegliai su un campo di papaveri.
Albe di rosso fin dentro la pupilla.
In gola mi soffocava un sogno.
Sentivo l'odore della terra, mio unico abito,
sentivo le tue mani risalire il ventre, calde
ali, girandole di desiderio.
Ti guardai. Eravamo proprio io e te,
stretti, sul filo della lama di un tempo esatto e accolto
finalmente.
Tra i capelli un vento.
Nel suo abbraccio raggiro di sensi,
suono di parole, le tue.
– Ti ho assaggiato sillabe di miele direttamente
dalla bocca.
Amarti è un gioco (d'azzardo).

* * *

Identità

Resto donna di scogliera
fiore di cisto selvatico
nel taglio del vento
nel segno del sale.
Aperta agli azzurri senza nome
alla ruota del sole
alla gioia lenta della terra.


 (da Quadro imperfetto, Bertoni Editre, 2017)

sabato 13 gennaio 2018

una traduzione da Philip Larkin

Il signor Bleaney

“Questa era la sua stanza. Ci ha abitato
finché era all'assemblaggio, dopo l'hanno
trasferito”. Tendine sfilacciate,
a fiori, troppo lunghe di una spanna,

dalla finestra lotti edificabili,
rifiuti, erbacce. “Coltivava l'orto,
era un brav'uomo, uno così affidabile”.
Letto, sedia, sessanta watt, la porta

senza gruccia, né armadi, né ripiani...
“La prendo”. E così eccomi a dormire
dove dormiva Bleaney, i mozziconi
schiacciati nel suo stesso posacenere,

l'ovatta nelle orecchie, a soffocare
il chiacchiericcio della radio (lui
era stato, a fargliela comprare).
Conosco i suoi orari, so i suoi gusti

in fatto di cucina, le schedine,
le abitudini fisse: ogni estate
la vacanza, ospitato in casa Frinton,
e il Natale a casa dei cognati.

Ma se stesse a guardare il vento gelido
che arruffava le nubi e, sul suo letto
ammuffito, dicesse con un brivido
“questa è casa”, e ghignasse, col sospetto

terribile che il modo in cui si vive
misuri il nostro essere, e che un box
in affitto sia ciò che meritava,
e nient'altro: no, questo non lo so.

Philip Larkin (traduzione mia)

* * *

Mr Bleaney

‘This was Mr Bleaney’s room. He stayed
The whole time he was at the Bodies, till
They moved him.’ Flowered curtains, thin and frayed,
Fall to within five inches of the sill,

Whose window shows a strip of building land,
Tussocky, littered. ‘Mr Bleaney took
My bit of garden properly in hand.’
Bed, upright chair, sixty-watt bulb, no hook

Behind the door, no room for books or bags —
‘I’ll take it.’ So it happens that I lie
Where Mr Bleaney lay, and stub my fags
On the same saucer-souvenir, and try

Stuffing my ears with cotton-wool, to drown
The jabbering set he egged her on to buy.
I know his habits — what time he came down,
His preference for sauce to gravy, why

He kept on plugging at the four aways —
Likewise their yearly frame: the Frinton folk
Who put him up for summer holidays,
And Christmas at his sister’s house in Stoke.

But if he stood and watched the frigid wind
Tousling the clouds, lay on the fusty bed
Telling himself that this was home, and grinned,
And shivered, without shaking off the dread

That how we live measures our own nature,
And at his age having no more to show
Than one hired box should make him pretty sure
He warranted no better, I don’t know.

martedì 9 gennaio 2018

su Poetarum Silva

Alcune poesie di Approssimazioni e Convergenze sono sul blog "Poetarum Silva".
Clicca qui per leggere.

giovedì 4 gennaio 2018

congedo e buon anno

San Silvestro 1917

Inerme è affondato l'anno scorso
e il nuovo sorge, con il cuore in mano.
I bei tempi son dunque così infami?
Nessun pudore può frenarne il corso?

Timorosi ascoltiamo da lontano:
di tanto in tanto ha un tremito la terra.
Ma i nuovi tempi avanzano, imperterriti,
su questo sogno colmo di peccato.

Corrono i tempi con i calendari,
le usate attività continuando.
Gli assassini si stanno congedando.
con un buon anno ai profanatori.

Karl Kraus – traduzione mia