mercoledì 9 settembre 2015

diario inglese_terzo e quarto giorno

Martedì 1° settembre

Guardare negli occhi una persona e pensare, nell'ordine:
“Non ci rivedremo per chissà quanto.”
“Sono contento di averla rivista.”
“Devo assolutamente dirle che le voglio bene.”
E non riuscirci, e scriverle una lettera.
Scrivere una lettera a una persona che è a due metri da te.

(Voler bene a una persona significa voler bene anche ai suoi difetti.
Voler bene significa guardare i luoghi che ogni giorno attraversa come se non fossero luoghi qualsiasi.)

Il primo sole in tre giorni sbuca fuori proprio quando sto partendo.
Sui sobborghi di Londra, un arcobaleno clamoroso, un semicerchio nitidissimo, con tutti i colori ben distinti, che sembra poggare proprio sulla pensilina dei binari.

Sul sedile davanti al mio si siedono due ragazzotti inglesi, con cappellini e calzoni a vita bassa. Parlano a suon di “fucking” e “fuck off”. Uno o due per frase, in media. Quello di fronte a me ha in mano un DVD; non leggo il titolo, solo la fascetta: “il più grande gangster movie mai prodotto in Inghilterra”. L'altro ha una busta da cui tira fuori una bottigliona di cognac, la stappa, la annusa, la fa annusare all'amico; poi ci si fa un selfie (con la bottiglia, non con l'amico).

“Regalo” significa “ti ho pensato”.
Poi un regalo splendido, da parte di una persona importante... beh, c'è qualcosa di più bello? Se c'è, io non lo conosco.

 Regali...

La TV inglese. La pubblicità di Trivago in inglese. Il “Dracula” di Coppola.

* * *

Mercoledì 2 settembre
All'aeroporto (a proposito, gli aeroporti mi danno sempre un senso di leggerezza, sospensione, una strana calma) un tizio si infila un paio di jeans sopra un pantalone lilla. (Problemi di peso del bagaglio, suppongo).

Il senso di sottile angoscia, quando il tuo aereo scompare improvvisamente dal tabellone partenze.

Un aereoplano che incrocia il nostro, ad alta quota, a poche centinaia di metri; velocissimo.

Cose che vedi solo dall'aereo:
la pelle maculata del pianeta, con i segni dell'uomo (campi, strade, case, città) incisi finemente come sulla superficie di un cameo;
il lato superiore delle nuvole;
l'ombra dell'aeroplano che ti insegue, chilometri più in basso;
tutti i colori dell'acqua e della terra.

Scoprire che il paesaggio umbro mi è ormai familiare – nel senso dell'heimlich tedesco: confortevole, accogliente, rassicurante – quasi quanto quello del natìo Tavoliere (e del resto, ormai ho ufficialmente passato la boa: 18 anni in Puglia, 22 in Umbria).

Lo sbalzo termico violento, crudele: partire con 10 gradi, sbarcare con 30.


Meu primeiro poema Português
  
Se eu soubesse que tinha uma irmã
se o soubesse antes
se o soubesse quando estava tão sozinho
que odiava o espelho vazio da madrugada

eu te teria procurada
só pra te dizer: você é mim – e eu sou você
e seu coraçao é a metade exacta
que falta no meu.

Você não me reconheceria
pequena como então era
e o assombro te encheria os olhos.

Mas se eu soubesse que a minha alma
não caminhava pelo mundo sozinha
eu teria sofrido menos – e sorrio mais.


La mia prima poesia portoghese // Se avessi saputo di avere una sorella / se l'avessi saputo prima / se l'avessi saputo quando ero così solo / da odiare lo specchio vuoto dell'alba // ti avrei cercata / solo per dirti: tu sei me – e io sono te / e il tuo cuore è la metà esatta / che manca nel mio. // Tu non mi avresti riconosciuto / piccola com'eri allora / e lo stupore ti avrebbe riempito gli occhi. // Ma se avessi saputo che la mia anima / non camminava per il mondo da sola / avrei sofferto meno – e sorriso di più.

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